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MEDITAZIONE E TRANELLI

Meditazione consapevole: tips per non abboccare ai tranelli. La mia esperienza personale. 
La Meditazione è uno stato dell'Essere, imprescindibile.
Quando si arriva a quel punto di non-mente in cui la Presenza regna sovrana, in cui sono perfettamente allineata e centrata nel corpo, qualcosa accade. È uno stato di "vuoto pieno". 
Le tecniche di Meditazione sono un ponte, un aiuto, come anche le tecniche di respiro consapevole. Un ponte tra cosa?
Tra ciò che penso di essere e ciò che sono. Tra mente e spirito. Tra corpo e anima.
Le tecniche, servono per preparare il campo affinché questo stato di "vuoto pieno" possa emergere spontaneamente. Non è qualcosa che faccio, è qualcosa a cui permetto di manifestarsi. 
Ma anche le tecniche Meditazione hanno i loro "tranelli": esche alle quali la mente si aggancia per manipolare l'esperienza. 
Uno di questi è la cristallizzazione: inizio a meditare, inizialmente con fatica a "stare"; i pensieri all'inizio sono molti e vanno in contemporanea alla velocità della luce. La sensazione non è affatto piacevole: entro in contatto con quella che chiamo la pattumiera mentale e non mi piace. Tengo duro. Vado avanti. Ad un certo punto, scollino e mi accorgo che ci sono. Quella millesimale frazione di secondo in cui tutto è, arriva ed è lì che percepisco pura essenza. Me ne accorgo, riattivo il pensiero cercando di fermare e controllare e quel momento è già andato, si è dissolto. Ma lo voglio ancora. Allora tutte le successive volte cerco di riprodurlo attraverso il ricordo. E mi illudo che sia lo stesso, ma non è così.
Ho cristallizzato un momento e ho passato la palla alla mente controllante per cercare di riviverlo. Non sono più né lì né qui. 
Altre possibili esche sono l'identificazione e la proiezione: pratico la tecnica ed un giorno sto molto bene, mi sento allineata e penso "ahhhh oggi sto proprio bene!" - di solito quando emergono parti di me che mi piacciono ho la tendenza ad enfatizzare. Poi il giorno dopo, durante la tecnica, percepisco agitazione. Allora mi dico "mmmhhh oggi c'era quel fastidiosissimo rumore esterno che mi ha disturbata". Non è il rumore che disturba, è ciò che il rumore attiva in me, che mi disturba. E quello che viene attivato, è già in me. È tutta roba mia. Se invece che identificarmi, positivamente quando va tutto bene e proiettando all'esterno quando qualcosa non mi piace, attivo la Presenza e mantengo un sano distacco in entrambi i casi, mi disidentifico e ritiro la proiezione. Lì qualcosa accade.
Lì, contribuisco a creare lo spazio perché l'Essere possa manifestarsi. 
Altra esca possibile sono le aspettative: è normale averne. Domani ho programmato la mia giornata e mi aspetto che le cose andranno in un determinato modo. Viviamo una vita che è fatta anche di aspettative. Ci sta. Ma le aspettative possono portare ad uno stato di rigidità: se non trovo parcheggio nel posto esatto dove mi aspetto di trovarlo ed entro in uno stato di rigidità, questo mi precluderà il fatto di poter pensare ad alternative creative. Se invece resto flessibile, attivo le risorse interne e la soluzione arriva. 
Così quando vado alla meditazione: mi aspetto delle cose. Belle. Visioni. Intuizioni. Stati di espansione cosmica. 
Ma la meditazione non è il Luna Park!!!
Non vado a meditare per vedere luci psicadeliche.
Medito per imparare a sentire chi e cosa c'è qui dentro, medito per iniziare a vedere la realtà per ciò che è.
Quindi ok le aspettative, ma se sono molto esigente con me stessa e dopo tre volte in cui ho vissuto esperienze di connessione profonda alla quarta volta non arriva la stessa connessione, attenzione a come mi muovo. Può diventare veramente molto frustrante. Stare nelle stesse aspettative con rigidità e nell'eventuale critica verso me stessa se non "sento niente" porta a fortificare la rigidità, allontanandomi da quello spazio risorsa in cui l'accoglienza amorevole di ciò che esiste dentro di me è la chiave di svolta. 
Meditare può diventare una fuga. Una fuga travestita. La mente, mente; se la racconta alla grande. Sempre. 
Sono sempre pezzi di me che vedo, parti di me che emergono. E a volte, quello che vedo non mi piace. Soprattutto all'inizio. Nell'esatto istante in cui esco dalla versione edulcorata che ho delle tecniche di meditazione (e di me stessa) ed entro nella parte più vera di ciò che realmente c'è allora, solo allora, le tecniche diventano una manna dal Cielo, un momento in cui poter vedere, sentire, essere. 
Nel cammino della pratica delle tecniche di meditazione i momenti difficili hanno avuto per me lo stesso identico valore di quelli facili. Quello che fa la differenza è la mia capacità di non-attaccamento. Il mio allenamento al lasciare fluire pensieri-stati d'animo, restando presente nel sentire e lasciando che il fiume scorra imperturbato. 
Tutto ciò che comprendo e consolido attraverso la meditazione, lo porto spontaneamente e automaticamente nella mia vita. 
Amore, costanza, pazienza, dedizione, pratica, disciplina interna, tutti ingredienti fondamentali.  La tecnica è uno strumento. 
La scelta dello strumento è a mio piacimento.
La pratica della tecnica è usare lo strumento. 

 

Da lì in poi...Buon Viaggio! 
Francesca Tamai

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